Il monte San Giorgio

Il Parco del Monte San Giorgio:
Il clima - Il San Giorgio agli inizi del 1900 - L'impianto artificiale - La zona umida - La geologia - Siti preistorici - Chiesetta di San Giorgio - San Valeriano - Madonna della Neve - La cava - I castelli - Il CEA e la Casa del Parco

 

Il Parco naturale di interesse provinciale del Monte San Giorgio viene istituito con la Legge Regionale n. 32 dell'8 novembre 2004.            

Le finalità dell'istituzione del Parco naturale del Monte San Giorgio sono, tra le altre: di tutelare, conservare e valorizzare le caratteristiche naturali, ambientali, paesaggistiche, storico-culturali, le tradizioni e le attività caratteristiche dell'area protetta; di garantire in particolare e secondo le disposizioni del DPR 8 settembre 1997, n. 357 il mantenimento in uno stato di conservazione soddisfacente le specie e gli habitat presenti ed inseriti negli allegati delle direttive 79/409/CEE e 92/43/CEE; di sostenere iniziative di documentazione e promozione anche in termini di fruizione turistica, che abbiano come riferimento l'intero territorio delle aree protette e la loro complessità.

 

   

 

 

 

Il monte San Giorgio si trova ai margini della catena alpina e, dalla quota di 837 metri, domina la Città di Piossasco. 
Alle sue spalle, il colle della Serva e il colle del Pré, quindi il crinale della Montagnassa che si abbassa gradualmente verso la testata della valle del Chisola. 
Pendii ripidi dominano il versante di Bruino, Sangano e il torrente Sangone, culminando con la Pietraborga, la bella montagna a picco di Trana.

Nella foto accanto: 
il rilievo del San Giorgio si stacca bruscamente dalla pianura.
Sullo sfondo la catena alpina (Val di Susa - Val di Lanzo) che sembra molto più vicina per l'effetto ottico del teleobiettivo.
Ai piedi della catena alpina si riconosce, dalla forma allungata, la collina morenica di Rivoli.

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Il clima

Il versante ripido ripara la Città di Piossasco da nord, conferendo alla zona sud-ovest una particolare situazione climatica: si parla di "oasi xerotermica" (da xeros = secco, clima caldo e asciutto), caratterizzata da una bassa piovosità estiva.
Il clima particolare del San Giorgio è dimostrato anche dal fatto che ci vivono piante come l'ulivo e un uccello, l'occhiocotto, che sono tipicamente mediterranei e che non troviamo in altri ambienti della pianura padana.
I pendii più alti esposti a sud-ovest ospitano praterie e boschetti di roverella, il versante che guarda a Sangano è caratterizzato da boschi misti di faggio, castagno, rovere, nocciolo, mentre le pendici del monte San Giorgio hanno visto dall'inizio secolo un rimboschimento artificiale di pino nero compromesso seriamente dal disastroso incendio del febbraio del 1999.

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Il San Giorgio agli inizi del 1900                               

In questa vecchia cartolina si vede il Monte San Giorgio e la collina di San Valeriano, con gli scavi della cava appena agli inizi; colpisce la scarsità di vegetazione (e l’assenza di costruzioni)

 

 

Ai primi del ‘900, dalla parte di San Vito: anche qui si vede il profilo di san Valeriano prima della cava, con la piccola chiesetta; sulle pendici del San Giorgio intorno alle ville si vedono le vigne.                                       Più in là il monte è spoglio, è solo coperto da alcune piccole piante di quercia, le roverelle.

 

 

La chiesetta di San Valeriano, com’era prima della distruzione nella guerra del ‘39/45

 

 

 

 

 

Sopra la villa, la montagna è priva di copertura vegetale.

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L'impianto artificiale

Il territorio del Parco montano è ricoperto per la quasi totalità da pino nero, piantato dall'uomo all'inizio del secolo. Tale azione di rimboschimento ha modificato notevolmente il paesaggio e la vegetazione originaria.

Nella foto a fianco si può ben vedere la disposizione regolare delle piante, dovuta all'impianto artificiale.

Se nella pineta si liberano degli spazi (incendi, tagli, rotture a causa della neve) questi vengono prontamente riempiti da numerose specie di latifoglie. La presenza di luce favorisce la crescita di erbe, arbusti alberelli appartenenti a specie locali preesistenti all'impianto del pino nero. In questi spazi raramente si osservano piantine di pino nero, sia perché le latifoglie hanno una crescita iniziale molto più veloce che soffoca i germogli delle conifere, sia perché queste ultime sono state introdotte dall'uomo in un ambiente precedentemente occupato dalle latifoglie.
L'evoluzione di questo tipo di bosco è quindi un bosco misto, si veda l'immagine a fianco, proprio perché prima dell'introduzione del pino nero (all'inizio del secolo), si può ragionevolmente supporre che quest'area fosse occupata da un bosco di latifoglie, con predominanza della rovere (alla quale si accompagna la betulla, il nocciolo, il tiglio), che fu in seguito tagliato dall'uomo per i propri usi.

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La zona umida

In alcune zone più umide aumenta la disponibilità d'acqua per la vegetazione, soprattutto erbacea e arbustiva. Sono allora presenti piante che amano in particolar modo l'umidità: le felci . 
Le felci sono piante antichissime, nel senso che sono comparse sulla Terra 300 milioni di anni fa (nel Carbonifero). Sono tra le prima piante che, grazie a una struttura rigida, riescono a vivere completamente fuori dell'acqua, a colonizzare quindi le terre emerse. A quei tempi, grazie anche al clima caldo umido, le felci si svilupparono enormemente, raggiungendo altezze considerevoli e dando origine a vere e proprie foreste. Sebbene la felce riesca a vivere completamente fuori dell'acqua, è ancora legata all'acqua per la riproduzione.

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Cenni di geologia

Osservando il Monte San Giorgio si notano dei roccioni di colore brunastro che, se osservati da più vicino o meglio osservandone una rotta da poco tempo, mostrano una colorazione verde. Si tratta di serpentiniti o "pietre verdi" che, esposte all'aria, si ossidano facilmente coprendosi di una patina brunastra. 
Queste rocce hanno un'origine antica: facevano parte del fondale marino che più di 200 milioni di anni fa separava l'Europa dall'Africa. Verso la fine del Giurassico i due blocchi continentali cominciarono ad avvicinarsi fino ad arrivare alla collisione tra la placca europea e quella africana. Questo terribile incastro determinò l'emersione della catena alpina, che continuò il suo "veloce" accrescimento fino a circa 30 milioni di anni fa.
Oggi le rocce affioranti nell'area del monte San Giorgio sono di tipo metamorfico, cioè derivano dalle rocce vulcaniche dell'antico fondale oceanico ricristallizzate a causa delle elevate temperature e delle enormi pressioni a cui sono state sottoposte durante la genesi delle Alpi. 
Otre alle peridotiti e alle serpentiniti in alcuni punti affiorano anche lenti di anfiboliti granatifere. 
Inoltre, lungo le pendici del Monte San Giorgio, si trovano massi, detriti, ciottoli: sono la testimonianza della notevole azione erosiva provocata dagli agenti atmosferici nel corso del tempo. Anche i grossi massi presenti di fianco alla radura hanno probabilmente questa origine: si sono staccati dalle pendici del monte e sono rotolati fino al piano.

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Siti preistorici

All'inizio degli anni '80 il Centro Studi e Museo d'Arte Preistorica di Pinerolo avvia un piano multidisciplinare di ricerca antropologico-archeologica che ha portato alla localizzazione, sui rilievi a contatto con la pianura, compresi in una fascia altimetrica fra i 600 e i 900 metri, di numerosi siti attribuibili presumibilmente a culture della tarda età del Ferro, nonché alla scoperta di alcuni complessi inediti d'arte rupestre. [...] Il Monte S.Giorgio, la Montagnazza e Monte della Croce, costituenti i rilievi di questa dorsale che separa il Torrente Chisola dal corso del Sangone, si sono anch'essi rivelati, in seguito alle ricerche svolte, di notevole interesse archeologico, evidenziando, oltre ad un'estesa antropizzazione del luogo, anche un'inusuale utilizzazione del territorio. Sino ad oggi infatti, Monte S.Giorgio è l'unico caso accertato di una situazione morfologica favorevole di un rilievo montano dominante la pianura, che non ha rivelato tracce di cultura materiale preistorica. [...] Queste incisioni sul versante Ovest sono le uniche testimonianze archeologiche individuate a Monte S.Giorgio e farebbero supporre, vista l'assenza di tracce di cultura materiale in loco, un'utilizzazione del territorio a soli fini cultuali.

Nella foto a fianco: masso erratico, su cui sono incise 148 coppelle in parte congiunte da canaletti, situato sul Monte San Giorgio, 300 m sotto la cima.

(fonte: "Arte rupestre nelle Alpi Occidentali" - Museo Nazionale della Montagna - Torino - 1987)

Nelle foto sotto: prospezioni condotte sulla Montagnassa, ai confini del Parco del Monte San Giorgio, hanno permesso di accertare l'utilizzazione di alcuni ripari naturali, testimonianza di presenza umana in età preistorica.

 

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La Cappella di San Giorgio

Alzando gli occhi verso il monte si può notare la Cappella di San Giorgio: sorge in posizione dominante sulla sommità del Monte, a quota 837, ed è raggiungibile con una piacevole escursione a piedi di circa 2 ore.
Il documento più antico che parla della chiesa risale al 999, quando compare in una transazione di beni tra il vescovo di Torino Gezone e il monastero di San Solutore; se ne parla nuovamente in una conferma degli stessi beni del 1018. Nel 1064 la chiesa viene ricordata nella donazione della contessa Adelaide, marchesa di Torino, all'abbazia di Santa Maria di Pinerolo; la donazione è poi confermata nel 1122 da Papa Callisto II. A questo periodo riportano i caratteri costruttivi e stilistici dell'edificio. 
La chiesa è a tre piccole navate con absidi semicircolari e porticato. Il catino dell'abside centrale mostrava, ancora agli inizi degli anni Ottanta, affreschi del XIV secolo, in seguito purtroppo manomessi da un furto.
Una campagna di scavi archeologici, organizzata nel 1979 in collaborazione con l'Università di Torino, ha portato alla luce i resti e le strutture di una costruzione adiacente alla chiesa: probabilmente quel piccolo cenobio benedettino nominato in alcuni documenti di cui la chiesa era parte. Ora del cenobio, che sorgeva nello spazio in modesta pendenza che si apre ad ovest della chiesa, non resta praticamente traccia. Nel 1654 la chiesa è ancora dell'abbazia di Pinerolo e tale resta fino al 1802 quando viene consegnata al governo francese.

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San Valeriano

La Cappella di San Valeriano sorge sull'omonimo colle.
Di origine antica (già citata nel 1668), fu distrutta dai bombardamenti durante la guerra del 1939/45, e ricostruita nel 1947. 
L’edificio sorge in una posizione panoramica, che offre un aereo scorcio su Piossasco. 
È tradizione per i piossaschesi andare il giorno di Pasquetta a San Valeriano: dopo la celebrazione della Messa nella chiesetta, merenda sui prati. È posta però quasi sul ciglio della antica cava di pietra, oggi seriamente a rischio di frana.

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Madonna della Neve
(si trova al di fuori dell'area Parco)

Questa cappella risale al 1700; dietro alla chiesetta era stata costruita un'aula, dove funzionò la scuola elementare, finché non fu soppressa per la mancanza di alunni. La festa della Madonna della Neve si celebrava il 5 agosto, con l'intervento di molte persone che salivano da Piossasco e da altri paesi (da "Storia civile e religiosa di Piossasco" del can. Fornelli).

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La Cava

Sulla collina di San Valeriano, probabilmente all'inizio del secolo scorso, è stata aperta dalla provincia di Torino una cava per l'estrazione di ghiaia, chiusa poi intorno agli anni 50. Questa cava è stata dimessa quando ancora non c'erano normative specifiche; oggi non si fanno più cave con un fronte unico così ampio, si procede a gradoni. 

Si trova in un'area a forte rischio di dissesto idrogeologico: sul fronte vi sono famiglie di fratture, crepe aperte (la più grossa è larga 40 cm, lunga 2 m, profonda 1 m). È quindi un posto estremamente pericoloso: con ordinanza n. 32 del 19 aprile 2006 il Comune di Piossasco ha confermato il divieto di accesso e la Provincia di Torino ha provveduto a segnalarlo, in attesa di trovare una soluzione definitiva.

 

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I Castelli 
(si trovano al di fuori dell'area Parco)

Sullo sperone che dalla cima del Monte San Giorgio si protende verso sud fino alla pianura, si osservano un insieme di costruzioni definite "i castelli".
Il più antico, che risale almeno al X secolo ed è situato nella posizione più elevata (457 m) è chiamato Castellaccio. Poco a valle del Castellaccio vi è il Palazzo Piossasco-De Rossi, dal nome del suo committente Gian Michele Piossasco-De Rossi: l'edificio del XVII-XVIII secolo è rimasto incompiuto e ricorda i palazzi sabaudi di Torino. Ancora più in basso vi è il Castello dei Nove Merli, costruito probabilmente nel XIV secolo, ma ampiamente rimaneggiato e caratterizzato da una torre di recente costruzione. 

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Il CEA e la Casa del Parco
(si trova al di fuori dell'area Parco)

Il Centro di Educazione Ambientale (CEA) di Piossasco ha sede presso la Casa del Parco (Casa Martignona) in via Del Campetto n.20.
Nel 1999 la Casa Martignona è stata dedicata a "David Bertrand", "medaglia d'oro al valor civile", giovane volontario AIB che ha perso la vita durante l'incendio del febbraio dello stesso anno.
Il CEA di Piossasco è inserito nella Rete INFEA dei servizi di Educazione Ambientale della Regione Piemonte. La gestione è affidata alla Cooperativa Atypica, la cui equipe di lavoro è composta da personale esperto nell’ideazione e conduzione di esperienze laboratoriali.
Uno degli obiettivi prioritari del CEA è infatti la promozione e la realizzazione di progetti didattici di Educazione Ambientale nelle scuole, con lo scopo di raggiungere non solo abilità di carattere cognitivo ma, soprattutto, la diffusione di una cultura del rispetto e della partecipazione alle problematiche ambientali. Di recente il CEA si occupa anche di Educazione Ambientale rivolta agli adulti.

 

   
 

 

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