Il monte san giorgio

Sentieri

 

I sentieri del Monte San Giorgio: il viol d'l'asu

 

Il viol d'l'asu

Si tratta di un "sentiero-balcone" che, partendo da San Valeriano taglia a mezza costa tutta il versante sud-est del San Giorgio, che guarda Piossasco, e arriva sopra la Croce dei Castelli. 
Tempo: circa 25 min. 

Dalla sbarra al fondo di via Monte Grappa si percorre un piccolo tratto della carrareccia, alla prima curva si lascia la strada per un viottolo (segnato) che sale verso sinistra. Dopo una breve rampa, l'antico tracciato continua in leggera salita a mezza costa, nel bosco: poiché si attraversa una proprietà privata, si raccomanda di non uscire dal sentiero.
Dopo un breve tratto, si incontra una costruzione, sulla destra: si tratta di un'antica vasca di raccolta di acque provenienti da sorgenti superficiali: sul frontespizio c'è scritto "VASCA GIUSEPPE" e l'anno di costruzione 1909.
Fa parte di un sistema di 3 vasche per la raccolta dell’acqua, fatte costruire dall’antico proprietario Ferdinando Battistini (1867-1929), al quale si deve anche il rimboschimento di questo versante del San Giorgio con il Pino nero. Le vasche sono state dedicate ai suoi 3 figli.
L’altra vasca si incontra più oltre, con il nome di VASCA STEFANO. La terza, la VASCA MARIA, è all'interno del parco, vicino alla villa.
Continuando sul sentiero, si passa vicino a una vasca dell’acquedotto, a questo punto la vegetazione cambia: si attraversa un bosco misto, con castani, qualche faggio, roverelle e pini; ancora pochi passi e incomincia la parte percorsa da fuoco, completamente devastata: così si presentava, 25/2/99, il sentiero vicino alla vasca Stefano, che s’intravede in fondo a destra.

 

Oggi, senza più copertura vegetale, i rovi la fanno da padroni; in compenso c’è una vista molto bella su Piossasco e sulla pianura.


Il fuoco ha anche messo a nudo le aspre rocce che formano l’ossatura della montagna, in quest’immagine (sotto) si vede anche un pinetto nato dopo l’incendio.

          

Proseguendo il sentiero, s’incontra un’altra pianta caratteristica: si tratta di un leccio (quercus ilex) che è sopravvissuto al fuoco, perché la radice è protetta dalle rocce.

            

Ancora pochi passi, e s’incontra il sentiero che sale dalla Croce dei Castelli.

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L'incendio

        

 L'incendio del '99:

Il fuoco - La devastazione - La rinascita Il destino degli alberi morti- I lavori svolti - La situazione attuale - L'evoluzione del bosco  indice                     

   

Il fuoco

Il 6 febbraio, alle 6 del mattino, inizia l'incendio.

 

 

Inizia sul versante verso Cumiana, ma il vento fortissimo lo porta rapidamente sopra ai Castelli, poi sul versante sud, che viene percorso dal fuoco in un tempo rapidissimo, fino a San Valeriano.

 

 

 

L'incendio è passato da carattere radente cioè quel fronte di fiamma che percorre il sottobosco, a incendio di chioma, cioè quel fronte di fiamma che avvolge gli alberi con una vampata; si tratta di conifere, cioè piante resinose: il calore enorme sviluppato dalle fiamme estrae il solvente della resina dalla pianta, la trementina, che prende fuoco in modo improvviso e violento, lasciando l'albero scheletrito, con i rametti che portavano gli aghi contorti, nel senso della vampata.

 

 

L’incendio è durato più giorni, solo il sabato successivo un massiccio intervento dei volontari dell’AIB ha bonificato il San Giorgio.

        

 

 

Ha interessato un’area molto vasta, 229 ettari, ha devastato completamente il versante verso Piossasco, e con ampie strisciate il vallone verso Cumiana.

Oltre alla devastazione del San Giorgio, ha provocato la morte di un ragazzo di 22 anni, David Bertrand, volontario dell’AIB di Roletto. A David, "medaglia d'oro al valor civile", il Comune di Piossasco ha dedicato la Casa del Parco, alla Martignona.

                    

  

    

   

                         

 

   

                     

 La devastazione  

Il fuoco ha messo a nudo le aspre rocce che formano l'ossatura della montagna.

 

 

 

Sulla punta il fuoco sfiora la chiesetta, brucia completamente alcune piante, ne abbruciacchia solo in parte altre spinto dal vento fortissimo, che cambia continuamente direzione.

 

 

Brucia tutto quello che c’è di organico, lasciando cenere e carbone: il sentiero in quest’immagine è chiaro, perché su di esso non c’era niente da bruciare.

 

 

 

 

 

La corteccia di questi faggi è scoppiata, la linfa al passaggio del fuoco si è bruscamente dilatata provocando la rottura della corteccia

 

 

 

 

 

 

 

 

La rinascita

Nella foto a fianco: 15 giorni dopo, dalle radici di questa graminacea spuntano i germogli.

 

 

Nella foto a fianco un semprevivo non completamente bruciato: alcune foglie, imbibita d’acqua, sono ancora verdi.

 

3 mesi dopo: le latifoglie (quercia e castagno) ricacciano dalla base, quando le radici sono salve (foto a lato); le conifere invece non hanno questa possibilità: le nuove piante originano solo da seme.

 

Quest'immagine (foto a fianco) del settembre '99, si vedono ancora molto bene i resti del fuoco, pezzi di carbone per terra, e si nota come il terreno incomincia ad essere ricoperto da vegetazione, in particolare dai rovi (Rubus ulmifolius): questi sono i primi a colonizzare un terreno spoglio, ma ben esposto alla luce del sole, ed hanno l'importantissima funzione di limitare il dilavamento provocato dalla pioggia battente (le prime piogge dopo l'incendio hanno riempito di cenere il Sangonetto).

 

Nel primo inverno dopo l'incendio, si assiste ad un'esplosione di fiori.

Nelle foto le viole. 

 

Il destino degli alberi morti

Il legno morto è attaccato dai funghi (foto a fianco).

 

Sotto i segni del Picchio, che cerca gli insetti che rodono il legno sotto la corteccia.

 

 

Nella foto a fianco, tracce delle gallerie scavate da gli insetti (scolitidi).

 

Senza più l'ancoraggio delle radici, la zolla si solleva, e l'albero crolla.

 

 

Dopo alcuni anni, gli alberi morti schiantano a terra.

E i funghi continuano la loro opera.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I lavori svolti

Sui terreni di proprietà comunale, vengono tagliati gli alberi morti, e vengono fatte piccole cataste e fascine, lasciate sul posto. Infatti, il legno bruciato non ha nessun valore, non conviene portalo via, mentre lasciato sul posto poco per volta marcisce e arricchisce il terreno di humus. Inoltre, piccole cataste non sono pericolose in caso di nuovo incendio.

Alla la croce dei Castelli si è deciso di lasciare intatta un'area per permettere ai ragazzi delle scuole medie di studiare la ripresa vegetativa, con un progetto di educazione ambientale gestito dal CEA.
Dal progetto "Dal fuoco"
Come per ogni altro ecosistema, anche per il bosco non esiste una vera fine, anche un incendio devastante si può leggere come l'assetto successivo ad un punto di catastrofe in cui ad una condizione stazionaria (il bosco maturo) se ne sostituisce un'altra che evolverà negli anni e progressivamente secondo una serie di successioni ecologiche, caratteristiche del suolo, del clima ed indirizzate dagli interventi umani. Durante diverse fasi nell'ecosistema si succedono biocenosi caratteristiche, che si sostituiscono e si moltiplicano man mano che aumentano la disponibilità di Nicchie ecologiche. Si possono fare semplici misurazioni quali-quantitative per seguire l'aumento di diversità in specie e l'aumento di produttività netta (aumento della biomassa vegetale). Si possono individuare i vegetali che hanno resistito al passaggio del fuoco, raccogliere e catalogare gli animali che ritornano per primi a frequentare la zona e di tutti questi comprendere cosa li rende pionieri.

 

 

 La situazione attuale

I pini, nati copiosi dopo l'incendio, sono in grande maggioranza Pini marittimi (Pinus pinaster).

 

 

 

 

 

 La ginestra, una nuova arrivata, dopo l'incendio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Dalla relazione del dott. Terzuolo (4/3/05)

Si evidenzia quindi una significativa dinamica spontanea di ricolonizzazione vegetale, dove emerge il ruolo delle querce quali pirofite passive (in grado di resistere o di ricacciare dopo il fuoco) e del pino marittimo, cui è da ascrivere quasi tutto il novellame di conifere, che in quanto pirofita attiva rinnova bene da seme per l'apertura delle pigne resistenti facilitata dal fuoco, creando gruppi di novellame ben spaziati, in prevalenza entro 10 piante di altezze tra 30 e 100 cm (raggiunti in 4-5 anni di vegetazione). I rovi si stanno sviluppando in quanto nitrofile dopo la scopertura della lettiera forestale, coprendo ampie zone e possono costituire una protezione per i semenzali di latifoglie, funzione svolta anche dai piccoli cumuli di ramaglie sistemate; lo sviluppo delle ginestre dei carbonai, specie pioniere adatte a suoli superficiali e decarbonatati peraltro sporadiche, potrà forse dare qualche bel risultato anche dal punto di vista estetico. I pini residui potrebbero ancora svolgere funzione di portaseme, oltre che di alberi habitat.

          
                                                                                                      
L'evoluzione del bosco

La pineta:

Anno 1990 Febbraio 1999, subito dopo l'incendio Anno 2001, due anni dopo, il terreno è ricoperto da arbusti di latifoglie, gli alberi morti sono ancora in piedi
   
Anno 2002, dopo tre anni, alcuni alberi incominciano a cadere, più oltre sono state abbattute le piante morte    

La vasca Stefano

Anno 1999 Giugno 1999 Anno 2000
 
Anno 2004 Anno 2007
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il monte San Giorgio

Il Parco del Monte San Giorgio:
Il clima - Il San Giorgio agli inizi del 1900 - L'impianto artificiale - La zona umida - La geologia - Siti preistorici - Chiesetta di San Giorgio - San Valeriano - Madonna della Neve - La cava - I castelli - Il CEA e la Casa del Parco

 

Il Parco naturale di interesse provinciale del Monte San Giorgio viene istituito con la Legge Regionale n. 32 dell'8 novembre 2004.            

Le finalità dell'istituzione del Parco naturale del Monte San Giorgio sono, tra le altre: di tutelare, conservare e valorizzare le caratteristiche naturali, ambientali, paesaggistiche, storico-culturali, le tradizioni e le attività caratteristiche dell'area protetta; di garantire in particolare e secondo le disposizioni del DPR 8 settembre 1997, n. 357 il mantenimento in uno stato di conservazione soddisfacente le specie e gli habitat presenti ed inseriti negli allegati delle direttive 79/409/CEE e 92/43/CEE; di sostenere iniziative di documentazione e promozione anche in termini di fruizione turistica, che abbiano come riferimento l'intero territorio delle aree protette e la loro complessità.

 

   

 

 

 

Il monte San Giorgio si trova ai margini della catena alpina e, dalla quota di 837 metri, domina la Città di Piossasco. 
Alle sue spalle, il colle della Serva e il colle del Pré, quindi il crinale della Montagnassa che si abbassa gradualmente verso la testata della valle del Chisola. 
Pendii ripidi dominano il versante di Bruino, Sangano e il torrente Sangone, culminando con la Pietraborga, la bella montagna a picco di Trana.

Nella foto accanto: 
il rilievo del San Giorgio si stacca bruscamente dalla pianura.
Sullo sfondo la catena alpina (Val di Susa - Val di Lanzo) che sembra molto più vicina per l'effetto ottico del teleobiettivo.
Ai piedi della catena alpina si riconosce, dalla forma allungata, la collina morenica di Rivoli.

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Il clima

Il versante ripido ripara la Città di Piossasco da nord, conferendo alla zona sud-ovest una particolare situazione climatica: si parla di "oasi xerotermica" (da xeros = secco, clima caldo e asciutto), caratterizzata da una bassa piovosità estiva.
Il clima particolare del San Giorgio è dimostrato anche dal fatto che ci vivono piante come l'ulivo e un uccello, l'occhiocotto, che sono tipicamente mediterranei e che non troviamo in altri ambienti della pianura padana.
I pendii più alti esposti a sud-ovest ospitano praterie e boschetti di roverella, il versante che guarda a Sangano è caratterizzato da boschi misti di faggio, castagno, rovere, nocciolo, mentre le pendici del monte San Giorgio hanno visto dall'inizio secolo un rimboschimento artificiale di pino nero compromesso seriamente dal disastroso incendio del febbraio del 1999.

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Il San Giorgio agli inizi del 1900                               

In questa vecchia cartolina si vede il Monte San Giorgio e la collina di San Valeriano, con gli scavi della cava appena agli inizi; colpisce la scarsità di vegetazione (e l’assenza di costruzioni)

 

 

Ai primi del ‘900, dalla parte di San Vito: anche qui si vede il profilo di san Valeriano prima della cava, con la piccola chiesetta; sulle pendici del San Giorgio intorno alle ville si vedono le vigne.                                       Più in là il monte è spoglio, è solo coperto da alcune piccole piante di quercia, le roverelle.

 

 

La chiesetta di San Valeriano, com’era prima della distruzione nella guerra del ‘39/45

 

 

 

 

 

Sopra la villa, la montagna è priva di copertura vegetale.

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L'impianto artificiale

Il territorio del Parco montano è ricoperto per la quasi totalità da pino nero, piantato dall'uomo all'inizio del secolo. Tale azione di rimboschimento ha modificato notevolmente il paesaggio e la vegetazione originaria.

Nella foto a fianco si può ben vedere la disposizione regolare delle piante, dovuta all'impianto artificiale.

Se nella pineta si liberano degli spazi (incendi, tagli, rotture a causa della neve) questi vengono prontamente riempiti da numerose specie di latifoglie. La presenza di luce favorisce la crescita di erbe, arbusti alberelli appartenenti a specie locali preesistenti all'impianto del pino nero. In questi spazi raramente si osservano piantine di pino nero, sia perché le latifoglie hanno una crescita iniziale molto più veloce che soffoca i germogli delle conifere, sia perché queste ultime sono state introdotte dall'uomo in un ambiente precedentemente occupato dalle latifoglie.
L'evoluzione di questo tipo di bosco è quindi un bosco misto, si veda l'immagine a fianco, proprio perché prima dell'introduzione del pino nero (all'inizio del secolo), si può ragionevolmente supporre che quest'area fosse occupata da un bosco di latifoglie, con predominanza della rovere (alla quale si accompagna la betulla, il nocciolo, il tiglio), che fu in seguito tagliato dall'uomo per i propri usi.

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La zona umida

In alcune zone più umide aumenta la disponibilità d'acqua per la vegetazione, soprattutto erbacea e arbustiva. Sono allora presenti piante che amano in particolar modo l'umidità: le felci . 
Le felci sono piante antichissime, nel senso che sono comparse sulla Terra 300 milioni di anni fa (nel Carbonifero). Sono tra le prima piante che, grazie a una struttura rigida, riescono a vivere completamente fuori dell'acqua, a colonizzare quindi le terre emerse. A quei tempi, grazie anche al clima caldo umido, le felci si svilupparono enormemente, raggiungendo altezze considerevoli e dando origine a vere e proprie foreste. Sebbene la felce riesca a vivere completamente fuori dell'acqua, è ancora legata all'acqua per la riproduzione.

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Cenni di geologia

Osservando il Monte San Giorgio si notano dei roccioni di colore brunastro che, se osservati da più vicino o meglio osservandone una rotta da poco tempo, mostrano una colorazione verde. Si tratta di serpentiniti o "pietre verdi" che, esposte all'aria, si ossidano facilmente coprendosi di una patina brunastra. 
Queste rocce hanno un'origine antica: facevano parte del fondale marino che più di 200 milioni di anni fa separava l'Europa dall'Africa. Verso la fine del Giurassico i due blocchi continentali cominciarono ad avvicinarsi fino ad arrivare alla collisione tra la placca europea e quella africana. Questo terribile incastro determinò l'emersione della catena alpina, che continuò il suo "veloce" accrescimento fino a circa 30 milioni di anni fa.
Oggi le rocce affioranti nell'area del monte San Giorgio sono di tipo metamorfico, cioè derivano dalle rocce vulcaniche dell'antico fondale oceanico ricristallizzate a causa delle elevate temperature e delle enormi pressioni a cui sono state sottoposte durante la genesi delle Alpi. 
Otre alle peridotiti e alle serpentiniti in alcuni punti affiorano anche lenti di anfiboliti granatifere. 
Inoltre, lungo le pendici del Monte San Giorgio, si trovano massi, detriti, ciottoli: sono la testimonianza della notevole azione erosiva provocata dagli agenti atmosferici nel corso del tempo. Anche i grossi massi presenti di fianco alla radura hanno probabilmente questa origine: si sono staccati dalle pendici del monte e sono rotolati fino al piano.

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Siti preistorici

All'inizio degli anni '80 il Centro Studi e Museo d'Arte Preistorica di Pinerolo avvia un piano multidisciplinare di ricerca antropologico-archeologica che ha portato alla localizzazione, sui rilievi a contatto con la pianura, compresi in una fascia altimetrica fra i 600 e i 900 metri, di numerosi siti attribuibili presumibilmente a culture della tarda età del Ferro, nonché alla scoperta di alcuni complessi inediti d'arte rupestre. [...] Il Monte S.Giorgio, la Montagnazza e Monte della Croce, costituenti i rilievi di questa dorsale che separa il Torrente Chisola dal corso del Sangone, si sono anch'essi rivelati, in seguito alle ricerche svolte, di notevole interesse archeologico, evidenziando, oltre ad un'estesa antropizzazione del luogo, anche un'inusuale utilizzazione del territorio. Sino ad oggi infatti, Monte S.Giorgio è l'unico caso accertato di una situazione morfologica favorevole di un rilievo montano dominante la pianura, che non ha rivelato tracce di cultura materiale preistorica. [...] Queste incisioni sul versante Ovest sono le uniche testimonianze archeologiche individuate a Monte S.Giorgio e farebbero supporre, vista l'assenza di tracce di cultura materiale in loco, un'utilizzazione del territorio a soli fini cultuali.

Nella foto a fianco: masso erratico, su cui sono incise 148 coppelle in parte congiunte da canaletti, situato sul Monte San Giorgio, 300 m sotto la cima.

(fonte: "Arte rupestre nelle Alpi Occidentali" - Museo Nazionale della Montagna - Torino - 1987)

Nelle foto sotto: prospezioni condotte sulla Montagnassa, ai confini del Parco del Monte San Giorgio, hanno permesso di accertare l'utilizzazione di alcuni ripari naturali, testimonianza di presenza umana in età preistorica.

 

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La Cappella di San Giorgio

Alzando gli occhi verso il monte si può notare la Cappella di San Giorgio: sorge in posizione dominante sulla sommità del Monte, a quota 837, ed è raggiungibile con una piacevole escursione a piedi di circa 2 ore.
Il documento più antico che parla della chiesa risale al 999, quando compare in una transazione di beni tra il vescovo di Torino Gezone e il monastero di San Solutore; se ne parla nuovamente in una conferma degli stessi beni del 1018. Nel 1064 la chiesa viene ricordata nella donazione della contessa Adelaide, marchesa di Torino, all'abbazia di Santa Maria di Pinerolo; la donazione è poi confermata nel 1122 da Papa Callisto II. A questo periodo riportano i caratteri costruttivi e stilistici dell'edificio. 
La chiesa è a tre piccole navate con absidi semicircolari e porticato. Il catino dell'abside centrale mostrava, ancora agli inizi degli anni Ottanta, affreschi del XIV secolo, in seguito purtroppo manomessi da un furto.
Una campagna di scavi archeologici, organizzata nel 1979 in collaborazione con l'Università di Torino, ha portato alla luce i resti e le strutture di una costruzione adiacente alla chiesa: probabilmente quel piccolo cenobio benedettino nominato in alcuni documenti di cui la chiesa era parte. Ora del cenobio, che sorgeva nello spazio in modesta pendenza che si apre ad ovest della chiesa, non resta praticamente traccia. Nel 1654 la chiesa è ancora dell'abbazia di Pinerolo e tale resta fino al 1802 quando viene consegnata al governo francese.

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San Valeriano

La Cappella di San Valeriano sorge sull'omonimo colle.
Di origine antica (già citata nel 1668), fu distrutta dai bombardamenti durante la guerra del 1939/45, e ricostruita nel 1947. 
L’edificio sorge in una posizione panoramica, che offre un aereo scorcio su Piossasco. 
È tradizione per i piossaschesi andare il giorno di Pasquetta a San Valeriano: dopo la celebrazione della Messa nella chiesetta, merenda sui prati. È posta però quasi sul ciglio della antica cava di pietra, oggi seriamente a rischio di frana.

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Madonna della Neve
(si trova al di fuori dell'area Parco)

Questa cappella risale al 1700; dietro alla chiesetta era stata costruita un'aula, dove funzionò la scuola elementare, finché non fu soppressa per la mancanza di alunni. La festa della Madonna della Neve si celebrava il 5 agosto, con l'intervento di molte persone che salivano da Piossasco e da altri paesi (da "Storia civile e religiosa di Piossasco" del can. Fornelli).

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La Cava

Sulla collina di San Valeriano, probabilmente all'inizio del secolo scorso, è stata aperta dalla provincia di Torino una cava per l'estrazione di ghiaia, chiusa poi intorno agli anni 50. Questa cava è stata dimessa quando ancora non c'erano normative specifiche; oggi non si fanno più cave con un fronte unico così ampio, si procede a gradoni. 

Si trova in un'area a forte rischio di dissesto idrogeologico: sul fronte vi sono famiglie di fratture, crepe aperte (la più grossa è larga 40 cm, lunga 2 m, profonda 1 m). È quindi un posto estremamente pericoloso: con ordinanza n. 32 del 19 aprile 2006 il Comune di Piossasco ha confermato il divieto di accesso e la Provincia di Torino ha provveduto a segnalarlo, in attesa di trovare una soluzione definitiva.

 

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I Castelli 
(si trovano al di fuori dell'area Parco)

Sullo sperone che dalla cima del Monte San Giorgio si protende verso sud fino alla pianura, si osservano un insieme di costruzioni definite "i castelli".
Il più antico, che risale almeno al X secolo ed è situato nella posizione più elevata (457 m) è chiamato Castellaccio. Poco a valle del Castellaccio vi è il Palazzo Piossasco-De Rossi, dal nome del suo committente Gian Michele Piossasco-De Rossi: l'edificio del XVII-XVIII secolo è rimasto incompiuto e ricorda i palazzi sabaudi di Torino. Ancora più in basso vi è il Castello dei Nove Merli, costruito probabilmente nel XIV secolo, ma ampiamente rimaneggiato e caratterizzato da una torre di recente costruzione. 

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Il CEA e la Casa del Parco
(si trova al di fuori dell'area Parco)

Il Centro di Educazione Ambientale (CEA) di Piossasco ha sede presso la Casa del Parco (Casa Martignona) in via Del Campetto n.20.
Nel 1999 la Casa Martignona è stata dedicata a "David Bertrand", "medaglia d'oro al valor civile", giovane volontario AIB che ha perso la vita durante l'incendio del febbraio dello stesso anno.
Il CEA di Piossasco è inserito nella Rete INFEA dei servizi di Educazione Ambientale della Regione Piemonte. La gestione è affidata alla Cooperativa Atypica, la cui equipe di lavoro è composta da personale esperto nell’ideazione e conduzione di esperienze laboratoriali.
Uno degli obiettivi prioritari del CEA è infatti la promozione e la realizzazione di progetti didattici di Educazione Ambientale nelle scuole, con lo scopo di raggiungere non solo abilità di carattere cognitivo ma, soprattutto, la diffusione di una cultura del rispetto e della partecipazione alle problematiche ambientali. Di recente il CEA si occupa anche di Educazione Ambientale rivolta agli adulti.

 

   
 

 

L'Habitat

 

Il Parco del Monte San Giorgio:
Piante - Evoluzione del bosco - Processionaria - Fiori - Animali - Tracce

Le piante

Il Pino nero                        

La pineta di Pini neri presenta una struttura artificiale del bosco: la piante hanno il tronco all'incirca dello stesso diametro ossia hanno la stessa età (sono coeve) e questo in un bosco naturale non si verifica. La pineta inoltre, a differenza dei boschi di caducifoglie, permette uno scarsissimo sviluppo del sottobosco. Questo è dovuto al fatto che le conifere tendono a trasformare la composizione chimica del terreno, rendendo più difficile la crescita di altre specie vegetali sotto di loro (infatti la corteccia di Pino viene usata come diserbante naturale).

Quando cresce isolato, il Pino nero assume forma regolare, piramidale, con i rametti e gli aghi rivolti verso l'alto. 

Le pigne sono piccole, portate generalmente agli apici dei rami.

La corteccia è divisa in scaglie sottili che si sfaldano facilmente.

 

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Il Pinastro

Il Pinus pinaster o Pino marittimo, è meno fitto del Pino nero, ha meno aghi sui rami, molto spesso li ha solo agli apici dei rami. 

Le pigne sono disposte un po' ovunque, molto spesso anche attaccate al tronco. Le pigne del Pinastro sono molto più grandi di quelle del Pino nero

Nel Pinastro la corteccia è molto spessa, divisa in grosse scaglie, con profonde fenditure

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L'Ulivo

L'Ulivo cresce e fruttifica sul San Giorgio.

Sulla montagna è presente la forma selvatica, l'Olivastro, ulteriore testimonianza del clima particolarmente mite.

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La Robinia

 

 

Il Leccio

Il Leccio (Quercus ilex) appartenente alla famiglia delle querce, è tipico della macchia mediterranea: cresce spontaneo anche sul Monte San Giorgio, "fuggito" da qualche giardino.

L'esemplare della foto sotto è sopravvissuto all'incendio che ha devastato il San Giorgio nel 1999.

 

 

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La Roverella 

La Roverella (Quercus pubescens) è un piccolo albero o arbusto e, essendo meno esigente della Rovere, cresce su terreni aridi e pietrosi.

Nel particolare sotto si vede la leggera peluria alla quale deve il suo nome (quercus pubescens, vuol dire pelosa).

 

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La Farnia

 

 

 

 

 

 

 

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Carta delle querce

Quercus robur (farnia), Q. petrae (rovere), Q. pubescens (roverella) 

Origine e diffusione: le Querce hanno un'ampia diffusione in Europa, anche se la rovere è meno comune. L'areale non comprende l'estremo nord e l'estremo sud del continente. In Italia la Farnia si trova nelle regioni settentrionali e predilige i terreni freschi, fertili e profondi. Teme i ristagni idrici. La rovere predilige stazioni di clima temperato ad elevata umidità atmosferica e non tollera terreni con elevati ristagni idrici. La roverella colonizza le pendici più siccitose e calde. 
Tipo di pianta: albero di dimensioni variabili, che arriva fino ai 50 m di altezza. Chioma più o meno espansa: la rovere ha chioma più espansa della farnia. La roverella invece un piccolo albero o un arbusto. Esiste una facilità di ibridazione tra le diverse specie e quindi è possibile trovare individui con caratteristiche intermedie. 
Corteccia: dal bruno chiaro al marrone scuro profondamente rugosa e molto spessa e fessurata.
Gemme: alterne lungo il ramo e portate in gruppetti nella parte terminale del ramo, di colore rossiccio nella farnia e bruno nelle altre.
Foglie: foglie lobate più o meno profondamente nella farnia, la parte basale della foglia presenta due orecchiette all'inserzione del picciolo, la pagina inferiore delle foglie adulte è glabra. La rovere ha foglie cuneate alla base ed il picciolo più lungo (1,5-2,5 cm), sulla pagina inferiore all'ascella delle nervature si trovano ciuffi di peli bruni, le foglie adulte sono glabre. Le foglie della roverella sono relativamente piccole, con lobi poco profondi, peloso-vellutate sulla pagina inferiore, quasi glabre a maturità, i piccioli hanno una lunghezza da 2 a 12 mm.
Fiori: piante monoiche: i fiori maschili sono portati in amenti cilindrici lassi e penduli con 4-14 stami , quelli femminili solitari o a gruppi di 2-5 con capolini sessili o brevemente peduncolati a seconda delle specie (farnia peduncolo di 3-5 cm). Epoca di fioritura: aprile-maggio.
Frutti: achenio (ghianda) in genere ovato-oblungo, protetto da una cupola diversa a seconda delle specie. Nella farnia la cupola arriva anche a metà della ghianda ed ha squame embricate, appressate e tomentose. Nella rovere la cupola è più breve e le squame sono piccole e appressate. La roverella ha un frutto più piccolo ed è protetto dalla cupola fino a metà, presenta squame appressate, lanceolate e tomentose.

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Evoluzione del bosco

Il Pino marittimo è pirofita attiva, significa che il passaggio del fuoco ne favorisce la germinazione: il calore scioglie la resina, i coni (le pigne) si aprono , ne esce il seme (il pinolo), che non solo può germogliare, ma si trova anche senza concorrenza di altre piante (almeno all'inizio). Infatti il Pino marittimo è originario di zone nelle quali il fuoco era un elemento naturale dell'ambiente; il fuoco ha quindi contribuito a selezionare le specie ad esso resistenti. I giovani pini nati dopo l'incendio, sono quasi tutti Pini marittimi.
Un tempo il Monte San Giorgio era ricoperto da boschi di querce (rovere nelle zone più fresche, roverella in quelle più calde e secche), accompagnate dal Ciliegio selvatico, dal Ciliegio di Santa Lucia… 

Il degrado della vegetazione forestale. 
Le prime cause di degradazione della vegetazione forestale che doveva coprire più o meno tutto il monte nell'antichità (1), sono stati interventi molto antichi, come il pascolo, ormai abbandonato da lungo tempo, le ceduazioni anche troppo frequenti (2), la carbonizzazione del legno (si utilizzava molto il carbone di legna), la raccolta della cosiddetta "rusca", la cortecciola da tannino per la concia delle pelli. Era un lavoro questo che veniva fatto quando la pianta era in succhio, cioè in primavera, quindi con un certo danno per le ceppaie perché le piante erano già in vegetazione; dopo la ceduazione con un coltello a due mani si staccava, con un lavoro improbo, questa corteccia, che in quel momento si staccava un po' più facilmente dal fusto in quanto c'era la linfa circolante. Da questa operazione è derivato il termine gergale piemontese "ruscare", cioè fare un lavoro molto faticoso. Negli anni '20 incominciò il rimboschimento (3) con le conifere, come in tutta la fascia pedemontana che va da Pinerolo a Lanzo attraverso l'imboccatura della Val di Susa. Fu scelto il Pino nero austriaco perché è una specie rustica, frugale: si accontenta di poco, cresce anche su suolo aridi e petrosi come questo, e avrebbe dovuto preparare il terreno per il ritorno della vegetazione naturale (il querceto).

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 La Processionaria

La Processionaria del Pino (Thaumatopoea pytiocampa) è un lepidottero, una farfallina notturna, che tra agosto e settembre depone le uova a manicotto sugli aghi dei pini.
Ogni ovatura è composta da un numero variabile di uova (da 100 a 400). Dalle uova escono le larve, i bruchi, che a maturità misurano 30-40 mm, sono densamente pelose, di colore bruno, con una fascia ventrale giallastra Le larve si nutrono voracemente degli aghi di pino, causando defogliazioni anche di grande entità. 
Gli attacchi indeboliscono la pianta, favorendo la comparsa di altre malattie.I peli urticanti delle larve possono causare irritazioni cutanee, oculari e respiratorie. È bene non solo non toccarle, ma neanche schiacciarle con la scarpa, perché questi peluzzi si spezzano e si diffondono nell'aria.
Per passare l'inverno, le larve si costruiscono un nido di seta, che forma un vistoso globo compatto grigio perla o bianco brillante, sui rami più alti e soleggiati. 
A primavera, nelle prime giornate calde è facile vedere le caratteristiche "processioni" delle larve che cercano il luogo più adatto per interrarsi e trasformarsi in crisalidi.
La crisalide si trasformerà in farfalla in luglio-agosto. Non sempre lo sviluppo si completa nello stesso anno: a volte la crisalide resta nel terreno in riposo per uno o anche più anni.

Nemici naturali.
In natura la processionaria ha alcuni nemici che ne controllano la diffusione, per es. una piccola vespa che ne parassita le larve, e la formica rossa .La processionaria attacca i pini soprattutto sui versanti caldi: ecco perché bisognerebbe evitare la messa a dimora di questa conifera in zone esposte a sud, al di sotto dei 500 m s.l.m.Nelle zone d'origine del P. nero (Austria, Trentino, Parco Naturale d'Abruzzo) bastano i nemici naturali e le condizioni climatiche a limitare la diffusione di questo parassita. 
Quando è avvenuto il rimboschimento sul monte san Giorgio, all'inizio del '900, non si è data importanza a questo fattore; successivamente (intorno ai primi anni 60), in seguito alle massicce infestazioni, si è provato a introdurre dei nidi di Formica rufa, sulla collinetta di San Valeriano, ma non sono attecchiti.
Negli anni '80 le piante sono state irrorate con il Bacillo thuringensis, che è efficace a contenere l'infestazione, ma questi trattamenti, che devono essere fatti in un preciso periodo dello sviluppo delle larve, costano molto.

La normativa.
Il Decreto Ministeriale 30 ottobre 2007 "Disposizioni per la lotta obbligatoria contro la processionaria del pino" prevede che il Servizio fitosanitario regionale individui i luoghi e le modalità di intervento più idonee, nonché stabilisce che gli interventi prescritti devono essere effettuati a cura e a spesa dei proprietari o dei conduttori delle piante infestate.

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I fiori

 La Peonia officinale

Il Monte San Giorgio è uno dei pochi luoghi in Piemonte dove cresce ancora spontanea la Peonia (Paeonia officinalis). Questa specie è una delle più belle e vistose della nostra flora, che colpisce, con il colore smagliante e le dimensioni dei fiori, anche il turista meno attento: è perciò sottoposta a raccolte vandaliche che ne minacciano la sopravvivenza. E' protetta dalla legge in tutta Europa. 

È anche il simbolo del Parco Naturale del Monte San Giorgio.

 

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L'Anemone pulsatilla

Questo bellissimo fiore cresce comunemente in montagna, ed è raro a queste quote.
Un tempo lo si poteva trovare sul prato sulla cima, oggi a causa del continuo calpestio è quasi scomparso.

 

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Il Giglio di San Giovanni

Altra pianta rara e protetta. Cresce su terreni aridi e pietrosi, e fiorisce verso la fine di giugno (il 24 giugno è San Giovanni).

 

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La Daphne mezereum

Detta anche Fior di stecco, è una piantina assai diffusa ai margini del bosco e delle radure sassose; è un piccolo arbusto con foglie sempreverdi che in aprile-maggio si ricopre di numerosi fiori rosa intenso, molto profumati. 
È una specie protetta e un tempo si poteva trovare anche sul prato sulla cima. Attenzione: è velenosa.

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Il Dente di cane (Erythronium dens-canis)

Nel sottobosco di rovere e roverella in primavera spuntano i bellissimi fiori di questa liliacea. I tepali rosa si rivolgono all'indietro lasciando scoperti gli stami con le antere blu intenso, l'ovario verde e lo stilo biancastro con stimma bifido. È chiamata così a causa del tubero sotterraneo a forma di dente.

 

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La Lonicera etrusca

Questo caprifoglio non volubile, arbustivo, molto frequente in Toscana (lo dice il suo stesso nome) è molto interessante perché ha qui una delle sue pochissime stazioni nelle Alpi occidentali.

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La Ginestra dei carbonai

Questa ginestra è una nuova arrivata, dopo l’incendio.

 

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 L'Asfodelo

L'Asfodelo, liliacea mediterranea dai fiori regolari ed ermafroditi inseriti su di una infiorescenza a pannocchia, è una pianta eretta, alta 70-110 cm, con un robusto fusto cilindrico dato dallo scapo fiorale, privo di foglie e molto ramificato nella parte superiore. 

 

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Gli animali

Il capriolo

Sul San Giorgio ci sono molti caprioli, e di mattina presto o di sera è possibile vederli; è comunque molto facile sentire il loro caratteristico richiamo, una via di mezzo tra l'abbaio e il raglio.

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Il cinghiale

Sul Monte San Giorgio ci sono diversi cinghiali: non è facile vederli, perché escono al crepuscolo o di notte, ma è molto facile vedere le loro tracce, il terreno "arato" con le potenti zanne, alla ricerca di radici carnose, bulbi, insetti, larve, funghi. Si nutre anche di ghiande, castagne e di frutti selvatici.

Nelle foto: arature sulla cima del San Giorgio.

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Lo scoiattolo

Sul San Giorgio c'è ancora una popolazione abbastanza consistente di scoiattoli "rossi", che altrove sono stati soppiantati da quelli "grigi" americani, introdotti in Europa a metà del '900.
Nella foto a fianco uno scoiattolo buongustaio che mangia i fiori dell'olmo.
Non è facile vedere gli scoiattoli, perché come ci sentono, scappano. È però molto facile vedere i resti dei loro banchetti: le pigne rosicchiate.

 

 

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Alcuni uccelli

Molti sono gli uccelli presenti sul Monte San Giorgio: vediamone alcuni:

La cincia dal ciuffo

Inconfondibile per il ciuffo sul capo, la cincia dal ciuffo si nutre prevalentemente di insetti, ma integra la dieta con i pinoli, che estrae dalle pigne: è quindi un uccellino che vive prevalentemente nei boschi di conifere.Come tutte le cince si dimostra un'ottima acrobata tra i rami per la ricerca del cibo. 

Il crocere

Tipico dei boschi montani di conifere, è stato avvistato anche sul San Giorgio; il caratteristico becco incrociato gli permette di estrarre con facilità i semi dalle pigne.

L'occhiocotto

In Piemonte nidifica in pochissime "oasi xerotermiche". Specie tipica della macchia mediterranea, il maschio si riconosce per il cappuccio nero e l'occhio rosso. La sua nidificazione in aree arbustive del Monte San Giorgio, e stata scoperta alla fine degli anni '70. Nidifica nel fitto dei rovi, dove è protetto dai predatori.

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I Picchi

Si nutrono soprattutto di insetti stanati con il potente becco e catturati con la lunga lingua estensibile. Nidificano nei buchi scavati negli alberi con il becco che molte specie utilizzano anche per tambureggiare allo scopo di stabilire i confini territoriali. Caratteristico il volo ondulato con ali chiuse tra una serie di battiti e l'altra.

Picchio verde

Freccia verde-gialla e rossa nel bosco è inconfondibile anche grazie alla caratteristica e sonora "risata". Sul San Giorgio, è comune incontrarlo soprattutto nelle zone di margine del bosco.

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Picchio rosso maggiore

Leggermente più piccolo del Picchio verde è altrettanto inconfondibile nella sua livrea nera, bianca e rossa. Tambureggia spesso e sonoramente. E' la specie più comune in pineta.

Picchio nero

È il gigante dei picchi, dalle dimensioni di una cornacchia, completamente nero con il capo rosso. E' un tipico abitatore delle foreste montane con alberi grandi e maturi. In questi ultimi anni è in forte espansione in tutta la Regione: avvistato recentemente, è un potenziale nidificante del Monte San Giorgio. 

Torcicollo

Inconsueto come Picchio: migratore, piumaggio mimetico, non si arrampica sui tronchi, non tambureggia: deve il suo nome all'abitudine di contorcere il collo per corteggiamento o minaccia.

Upupa

Uccello stupendo, dalla grande cresta, dai colori vivaci e il caratteristico volo"sfarfaleggiante"; ci fa visita in primavera proveniente dall'Africa per nidificare. 
È il simbolo della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli).
Nelle foto, è ripresa verso sera, mentre cerca con il suo lungo becco, insetti da mangiare.

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I rapaci

Per la loro bellezza, la loro potenza e la relativa rarità, al culmine della piramide alimentare, i rapaci, predatori per eccellenza, hanno da sempre affascinato ed intimorito l'uomo.Sul Monte San Giorgio la loro relativa abbondanza ne testimonia il valore conservazionistico. 

Biancone

È un grosso rapace, con le ali larghe e sfrangiate e le parti inferiori bianche con barrature più o meno evidenti. È uno dei rapaci meno comuni del Piemonte; d'inverno migra in Africa.Caratteristico per le sua abitudini alimentari, si nutre quasi esclusivamente di serpenti.La nidificazione sul Monte San Giorgio si è ripetute per 5 anni sul versante sud-ovest. L'abbandono successivo è attribuibile, con ogni probabilità, al disturbo dovuto allo sviluppo dell'attività di volo libero, perturbante la tranquillità del sito riproduttivo e dei terreni di caccia.

Falco Pellegrino

Uno dei più rari e minacciati rapaci piemontesi negli anni '80, è attualmente in netta ripresa ed i ripetuti avvistamenti anche in coppia, consentono di inserirlo tra i potenziali nidificanti del Monte San Giorgio; dipenderà dal grado di tranquillità che saremo in grado di assicurargli. Per questo gli Amici del Monte San Giorgio hanno fatto di questo elegante predatore, che con picchiate che sfiorano i 300 km/h cattura uccelli in volo, il proprio ben augurale simbolo. 

Astore

E' il signore della foresta, agile e potente, insegue le prede nel folto del bosco. Diffuso in Piemonte soprattutto nei boschi montani, nidifica regolarmente nella pineta del Monte San Giorgio. 

Poiana

E' il rapace più comune grazie alla sua adattabilità. E' facile sentire il suo grido acuto e lamentoso.

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I Rettili

 

 
   
   

Le tracce

Andando a spasso per il Parco è molto difficile vedere degli animali: sia gli uccelli che i mammiferi e sovente anche i rettili ci sentono arrivare per tempo e si nascondono. E' però possibile, osservando attentamente, vederne le tracce: resti di pasti, nidi o tane, deiezioni o altro.

Si riconoscono molto bene le pigne rosicchiate dagli scoiattoli, da quelle rosicchiate dai topolini: questi ultimi, con i loro dentini affilati, staccano bene tutte le scaglie, lasciando il torsolo della pigna ben pulito, mentre gli scoiattoli con i loro dentoni strappano le scaglie lasciando il torsolo tutto sfilacciato.


E' abbastanza facile distinguere gli escrementi prodotti da erbivori da quelli dei carnivori.
L'alimentazione degli erbivori è relativamente povera di sostanze nutritive e ricca di sostanze non assimilabili: per questo motivo le "fatte" degli erbivori sono abbondanti e ricche di vegetali non assimilati; hanno pressa a poco il colore e la consistenza di pallottoline di erba secca. I carnivori invece depongono meno escrementi, perché la loro alimentazione è più ricca, contiene meno resti indigeriti; il colore è in genere più scuro. 
I carnivori hanno inoltre l'abitudine di contrassegnare il territorio con gli escrementi, per cui li depongono in punti ben in vista: sulle pietre, sui ceppi degli alberi, nei tratti sgombri dei sentieri.

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                 
                                                                                                                                       

 

 

 
  Amici del Monte San Giorgio © 2007
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